Sempre più professionisti e manager italiani collaborano con società costituite a Dubai o negli Emirati Arabi Uniti senza trasferirsi: lavorano da remoto dall'Italia, ricevono lo stipendio da un datore di lavoro emiratino e spesso credono, erroneamente, che quel reddito sia esente da imposte perché negli Emirati non esiste un'imposta sul reddito delle persone fisiche.
La realtà è l'opposto: chi resta fiscalmente residente in Italia e lavora dall'Italia per una società di Dubai paga l'IRPEF in Italia su tutto lo stipendio, deve gestire da solo dichiarazione e acconti (perché il datore estero non fa da sostituto d'imposta) e i contributi previdenziali restano dovuti all'INPS, non esistendo una convenzione di sicurezza sociale tra Italia ed Emirati.
In questa guida 2026 analizziamo come funziona la tassazione di chi lavora dall'Italia per una società di Dubai, gli obblighi contributivi, il rischio di stabile organizzazione per la società emiratina e le soluzioni per strutturare correttamente il rapporto di lavoro.
Il lavoro da remoto ha reso frequente uno scenario speculare a quello del nomade digitale: non l'italiano che si trasferisce a Dubai, ma il professionista che resta in Italia e lavora per una società con sede negli Emirati Arabi Uniti. Le conseguenze fiscali e previdenziali di questa scelta sono spesso sottovalutate, sia dal lavoratore sia dalla società emiratina. Vediamole punto per punto.
Lavorare dall'Italia per una società di Dubai: dove si pagano le tasse?
Il criterio decisivo non è dove ha sede il datore di lavoro, ma dove risiede fiscalmente il lavoratore e dove l'attività viene materialmente svolta. In base all'art. 2 del TUIR, come riformato dal D.Lgs. 209/2023 (in vigore dal 1° gennaio 2024), è fiscalmente residente in Italia chi, per la maggior parte del periodo d'imposta, ha nel territorio dello Stato la residenza civilistica, il domicilio (inteso come il luogo delle relazioni personali e familiari) o la presenza fisica per più di 183 giorni, anche contando le frazioni di giorno. Chi lavora dal proprio appartamento di Milano o Roma per una società di Dubai soddisfa con ogni evidenza questi criteri e resta residente in Italia, come abbiamo approfondito nella guida sulla residenza fiscale a Dubai e la presunzione dell'art. 2 TUIR.
Il residente fiscale italiano è tassato in Italia sui redditi ovunque prodotti (worldwide taxation, art. 3 TUIR): lo stipendio accreditato da Dubai concorre quindi integralmente alla formazione del reddito imponibile IRPEF, con aliquote progressive fino al 43% oltre alle addizionali regionali e comunali. La Convenzione Italia–Emirati Arabi Uniti contro le doppie imposizioni (ratificata con L. 309/1997) conferma questo esito: l'art. 15 attribuisce la potestà impositiva sui redditi di lavoro dipendente allo Stato in cui l'attività è fisicamente svolta, cioè l'Italia. L'Agenzia delle Entrate ha ribadito questi principi proprio con riferimento al lavoro da remoto nella Circolare n. 25/E del 18 agosto 2023, consultabile tra la normativa e prassi dell'Agenzia delle Entrate.
Due precisazioni importanti. Primo: poiché negli Emirati non esiste un'imposta sul reddito delle persone fisiche, non si genera alcun credito per imposte estere ai sensi dell'art. 165 TUIR, e l'IRPEF italiana si applica per intero. Secondo: le cosiddette retribuzioni convenzionali (art. 51, comma 8-bis TUIR) non sono applicabili, perché presuppongono un lavoro prestato all'estero in via continuativa; qui il lavoro è prestato in Italia.
Niente sostituto d'imposta: come si dichiara lo stipendio da Dubai
Una società emiratina priva di stabile organizzazione in Italia non riveste il ruolo di sostituto d'imposta: lo stipendio arriva lordo, senza ritenute IRPEF. L'onere dichiarativo ricade interamente sul lavoratore, che deve riportare il reddito nel modello Redditi Persone Fisiche, versare l'IRPEF a saldo e gli acconti per l'anno successivo, oltre alle addizionali. Se lo stipendio viene accreditato su un conto corrente estero (ad esempio un conto aperto a Dubai), scattano anche gli obblighi di monitoraggio fiscale nel quadro RW e l'IVAFE. Una pianificazione per tempo evita sorprese: senza ritenute mensili, l'imposta si concentra in poche scadenze e l'importo può essere rilevante.
Contributi INPS con datore di lavoro a Dubai
Tra Italia ed Emirati Arabi Uniti non esiste una convenzione bilaterale di sicurezza sociale. Per il lavoro subordinato svolto in Italia, la contribuzione è dovuta in Italia secondo il principio di territorialità: il datore di lavoro estero senza sede nel nostro Paese deve adempiere agli obblighi verso l'INPS nominando un rappresentante previdenziale ai sensi della Legge n. 398/1987, che apre la posizione contributiva, elabora i cedolini e versa i contributi. In alternativa, molte società emiratine ricorrono a un Employer of Record (EOR) italiano, che assume formalmente il lavoratore e gestisce ogni adempimento. Ignorare questi obblighi espone la società a recuperi contributivi e sanzioni e lascia il lavoratore senza copertura pensionistica: sul tema dei versamenti e della pensione rimandiamo alla guida su contributi INPS e pensione per gli italiani a Dubai.
Il rischio stabile organizzazione per la società di Dubai
Il profilo più delicato riguarda la società emiratina. Un dipendente o collaboratore che opera stabilmente dall'Italia può configurare una stabile organizzazione ai sensi dell'art. 162 TUIR e dell'art. 5 della Convenzione: accade, ad esempio, quando l'home office è nella disponibilità di fatto dell'impresa o quando il lavoratore conclude abitualmente contratti in nome della società (agente dipendente). In tal caso gli utili attribuibili alla stabile organizzazione diventano imponibili in Italia con IRES e IRAP, con obblighi dichiarativi e contabili a carico della società di Dubai. Abbiamo dedicato un approfondimento specifico a quando scatta la stabile organizzazione in Italia di una società a Dubai. Se poi dall'Italia non si svolge solo l'attività operativa ma anche la gestione della società (si pensi al socio-amministratore che dirige la società emiratina dal proprio salotto), il rischio si aggrava fino all'esterovestizione, con la società intera attratta a tassazione in Italia.
E la Corporate Tax negli Emirati?
Dal lato emiratino, la società resta soggetta alla Corporate Tax federale introdotta dal Federal Decree-Law n. 47/2022: aliquota del 9% sugli utili imponibili eccedenti AED 375.000, come illustrato dal Ministry of Finance degli Emirati Arabi Uniti. Gli stipendi corrisposti al personale, anche remoto, sono in linea di principio costi deducibili. Il lavoratore, non essendo residente negli Emirati, non beneficia in alcun modo dell'assenza di imposte personali locali: come confermano anche le Worldwide Tax Summaries di PwC, negli UAE non esiste un'imposta sul reddito delle persone fisiche, ma questo è irrilevante per chi è tassato in Italia come residente.
Come strutturare correttamente la collaborazione
Le soluzioni praticabili dipendono dagli obiettivi delle parti. Se il lavoratore intende restare in Italia, le strade corrette sono l'assunzione diretta con rappresentante previdenziale ex L. 398/1987, il ricorso a un EOR oppure, quando ne ricorrono i presupposti sostanziali di autonomia, una collaborazione con partita IVA italiana, prestando attenzione alla mono-committenza e al rischio di riqualificazione come agente dipendente. Se invece l'obiettivo è beneficiare realmente del regime fiscale emiratino, l'unica via è il trasferimento effettivo della residenza a Dubai, con iscrizione AIRE, visto di residenza e spostamento del centro degli interessi vitali: lo scenario speculare che abbiamo analizzato nella guida su come lavorare da remoto da Dubai per un'azienda italiana.
Conclusioni
Lavorare dall'Italia per una società di Dubai è perfettamente legittimo, ma non comporta alcun risparmio fiscale automatico: l'IRPEF si paga in Italia su tutto lo stipendio, i contributi vanno versati all'INPS e la società emiratina deve presidiare il rischio di stabile organizzazione. Gli errori più comuni, dallo stipendio incassato "in nero" su un conto estero alla gestione della società dall'Italia, emergono facilmente grazie allo scambio automatico di informazioni e possono costare molto caro.
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