Trasferire la residenza fiscale a Dubai non si esaurisce con l'acquisto di un biglietto aereo e l'ottenimento di un visto di residenza. Per il Fisco italiano, gli Emirati Arabi Uniti sono ancora inclusi nella cosiddetta black list delle persone fisiche di cui al D.M. 4 maggio 1999: chi si cancella dall'anagrafe italiana e si iscrive all'AIRE per trasferirsi a Dubai resta, per presunzione di legge, fiscalmente residente in Italia, salvo prova contraria.
È il meccanismo dell'art. 2, comma 2-bis, del TUIR: un'inversione dell'onere della prova che sposta sul contribuente il compito di dimostrare che il trasferimento è reale ed effettivo, e non un espediente per sottrarre redditi all'imposizione italiana. A ciò si aggiungono, dal 1° gennaio 2024, i nuovi criteri di residenza fiscale introdotti dal D.Lgs. 209/2023, che valorizzano le relazioni personali e familiari e la presenza fisica in Italia.
In questa guida esaminiamo come opera la presunzione, cosa comporta l'iscrizione all'AIRE, quali prove predisporre e quali errori evitare per rendere solido il trasferimento della residenza fiscale a Dubai.
Chi progetta il trasferimento negli Emirati Arabi Uniti si concentra spesso su visto, licenza e conto bancario, trascurando il fronte più delicato: la posizione verso il Fisco italiano. La residenza fiscale a Dubai, infatti, non si ottiene con un timbro sul passaporto, ma si costruisce — e si difende — con fatti concreti e documentabili. Vediamo come funziona la disciplina italiana e perché gli Emirati sono un caso particolare.
Residenza fiscale a Dubai: i criteri dell'art. 2 TUIR dopo il D.Lgs. 209/2023
Dal 1° gennaio 2024, per effetto del D.Lgs. 27 dicembre 2023, n. 209 (riforma della fiscalità internazionale), l'art. 2 del TUIR considera fiscalmente residente in Italia chi, per la maggior parte del periodo d'imposta (183 giorni, o 184 negli anni bisestili, anche non consecutivi), alternativamente: ha la residenza civilistica in Italia; ha in Italia il domicilio, oggi definito come il luogo delle principali relazioni personali e familiari; è fisicamente presente nel territorio dello Stato, contando anche le frazioni di giorno; oppure risulta iscritto all'anagrafe della popolazione residente, criterio che ora costituisce presunzione relativa e non più assoluta.
La novità di maggior impatto per chi si trasferisce a Dubai è duplice. Da un lato il domicilio non guarda più principalmente agli affari e interessi economici, ma ai legami personali e familiari: coniuge e figli rimasti in Italia pesano più di quanto pesassero in passato. Dall'altro, il criterio della presenza fisica rende rilevanti anche i soggiorni frammentati: chi lavora da remoto per lunghi periodi dall'Italia rischia di integrare la residenza anche senza iscrizione anagrafica. I chiarimenti operativi sono stati forniti dall'Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 20/E del 4 novembre 2024.
AIRE e trasferimento a Dubai: necessario ma non sufficiente
L'iscrizione all'AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) è il primo passo formale del trasferimento: senza cancellazione dall'anagrafe della popolazione residente, difendere la residenza estera è in salita, anche se dal 2024 l'iscrizione anagrafica in Italia è degradata a presunzione relativa. Ma attenzione all'errore speculare: l'iscrizione all'AIRE, da sola, non prova nulla. Se il centro delle relazioni personali e familiari resta in Italia, o se i giorni di presenza fisica in Italia superano la soglia, la residenza fiscale italiana permane nonostante l'AIRE e nonostante il visto emiratino.
Per chi mantiene legami con entrambi i Paesi, i criteri di collegamento vanno coordinati con le tie-breaker rules della convenzione contro le doppie imposizioni: ne abbiamo parlato nella nostra guida alla Convenzione Italia-Emirati Arabi Uniti e nell'approfondimento sulla doppia residenza Italia-Dubai.
La presunzione dell'art. 2, comma 2-bis TUIR: Dubai è ancora black list
Qui sta la specificità degli Emirati. L'art. 2, comma 2-bis, del TUIR stabilisce che si considerano comunque residenti in Italia, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dall'anagrafe e trasferiti in Stati a fiscalità privilegiata individuati dal D.M. 4 maggio 1999. Gli Emirati Arabi Uniti figurano tuttora in questo elenco, a differenza di altri Paesi usciti nel tempo dalla lista (da ultimo la Svizzera, espunta con decorrenza dal periodo d'imposta 2024): l'elenco aggiornato è consultabile su fonti specialistiche come la ricognizione dei Paesi black list.
L'effetto pratico è l'inversione dell'onere della prova: non è l'Agenzia delle Entrate a dover dimostrare che il trasferimento a Dubai è fittizio, ma è il contribuente a dover provare che è effettivo. La presunzione è relativa, quindi superabile, ma opera per ogni periodo d'imposta e mantiene il contribuente esposto a controlli più penetranti e a termini di accertamento particolarmente ampi. Ricordiamo inoltre che negli Emirati non esiste un'imposta sul reddito delle persone fisiche, come confermano le Worldwide Tax Summaries di PwC: proprio questa circostanza spiega l'attenzione del legislatore italiano.
Come vincere la presunzione: le prove del trasferimento effettivo
La prova contraria va costruita come un dossier documentale che copra la sfera personale, patrimoniale ed economica. In concreto: contratto di locazione o acquisto dell'abitazione a Dubai e relative utenze intestate; Emirates ID e visto di residenza rinnovati; trasferimento a Dubai del nucleo familiare o, in mancanza, elementi che dimostrino l'allentamento dei legami con l'Italia; iscrizione dei figli a scuole locali; conto corrente e movimentazione bancaria prevalentemente negli Emirati; contratti di lavoro o cariche sociali radicate a Dubai; utilizzo di sanità, assicurazioni e servizi locali; tracciamento dei giorni di presenza nei due Paesi (biglietti aerei, timbri, estratti conto).
Un tassello utile è il Tax Residency Certificate rilasciato dalla Federal Tax Authority degli Emirati, di cui abbiamo illustrato requisiti e procedura nella guida al certificato di residenza fiscale a Dubai: da solo non vince la presunzione, ma inserito in un quadro probatorio coerente rafforza in modo significativo la posizione del contribuente.
Errori da evitare e obblighi collaterali
Gli errori ricorrenti che indeboliscono la difesa sono noti: mantenere la famiglia stabilmente in Italia, conservare l'abitazione principale a propria disposizione, trascorrere in Italia periodi prolungati anche se frammentati, continuare a gestire dall'Italia l'attività di fatto, dimenticare che utenze, tessere e movimenti bancari lasciano tracce facilmente acquisibili dall'Amministrazione finanziaria.
Attenzione anche agli anni "a cavallo": nell'anno del trasferimento la posizione va pianificata con cura, perché la disciplina interna non prevede in via generale il frazionamento del periodo d'imposta. Infine, chi resta fiscalmente residente in Italia anche per una sola annualità deve ricordare gli obblighi di monitoraggio fiscale: conti, immobili e partecipazioni negli Emirati vanno indicati nel quadro RW, come spieghiamo nella guida al quadro RW per chi ha asset a Dubai.
Conclusioni: pianificare prima, documentare sempre
Il trasferimento della residenza fiscale a Dubai è pienamente legittimo, ma per un cittadino italiano richiede una pianificazione rigorosa: iscrizione all'AIRE tempestiva, recisione sostanziale dei legami con l'Italia, presenza effettiva negli Emirati e un archivio probatorio aggiornato anno per anno, per essere pronti a superare la presunzione dell'art. 2, comma 2-bis, TUIR in caso di controllo.
Lo studio InDubai dell'Avv. Pellegrino Bozzella assiste imprenditori e professionisti italiani in ogni fase del trasferimento: analisi preventiva della posizione, costruzione del dossier probatorio, coordinamento con la convenzione Italia-EAU e gestione degli obblighi dichiarativi residui. Scopri il nostro servizio di pianificazione fiscale e tasse e contattaci per una consulenza personalizzata sulla tua situazione.




